sabato 5 aprile 2014

IL MIO AMICO STRANO

Questo e altri testi, online e non online, fanno parte della raccolta di racconti e testi vari "Il mio amico strano e altri testi" di Andrea Daz, in uscita a breve.

Alcune cose che sono recentemente successe intorno a me mi hanno fatto ricordare un episodio della mia
adolescenza al quale non pensavo più da  molto tempo, sicuramente devo averlo rimosso, sono quelle cose che non si riescono in nessun modo a razionalizzare, che si preferiscono cancellare perché disturbano le certezze che fanno da fondamenta al nostro equilibrio.

Mirko non ho più avuto modo di vederlo finita la scuola, a volte chiedevo di lui ad altri compagni di scuola, anche quando a dieci anni dalla fine del liceo abbiamo fatto la rimpatriata in pizzeria, peraltro tristissima, ho chiesto molte volte di lui ma nesuno sapeva niente. Tutti ricordavano Mirko con grande simpatia, ma c'era sempre quella cosa con lui, ecco, era come se... come se ci fossimo noi e lui, lui era sempre staccato dagli altri, sempre a parte. Quella frase così  fastidiosa da sentirsi dire "noi andiamo qui, vieni anche tu?" "noi facciamo questo, tu cosa fai?" "noi stiamo facendo questo e tu cosa fai?" Alla luce di quella cosa che lui stesso mi ha rivelato, questo a Mirko non poteva dare in alcun mdo fastidio, anzi per lui era normale sentirsi interpellare in questa maniera, era il suo modo di relazionarsi con gli altri che portava a questo: Mirko era il più simpatico della classe, credo della scuola, era benvoluto da tutti, studenti e professori, nessuno aveva mai problemi con lui, anzi era come se la sua presenza ci pacificasse, ci rasserenasse. Eppure, allo stesso tempo, c'era qualcosa che non andava in lui, era diverso, piacevolmente diverso, era qualcosa che si percepiva, Mirko non diceva mai "noi", diceva "io" e "voi", non faceva mai parte del gruppo, era un esterno che vi partecipava. Ho dei ricordi molto belli degli anni di scuola, i pomeriggi al cinema, le serate a passeggiare tutti insieme lungo il fiume, e ricordo quanto Mirko era simpatico, com'era piacevole per tutti la sua presenza, ricordo quanto impegno metteva nello studio con ottimi risultati, invece quanto faceva fatica in educazione fisica, negli sport... ricordo quando giocava con noi a calcio... adesso che ci penso, il calcio l'aveva imparato con noi, voglio dire non lo sapeva già, non sapeva neanche come si giocava, non sapeva le regole, non sapeva niente, quando gli ho chiesto a che squadra teneva mi disse che me l'avrebbe detto il giorno dopo, cosa che puntuale fece la mattina a scuola appena mi vide: era un fanatico della Juve, informatissimo su tutte le sue formazioni presenti e passate, collezionista di gadget del tema. Tutto bene, però questa grande passione aveva qualcosa di falso: era come se, dovendo stare con gente appassionata di calcio, si fosse adattato, si fosse  sentito obbligato a scegliere una squadra "del cuore" e poi si fosse documentato il più possibile per farsi trovare preparato.

Ecco, alla luce di quanto tra poco anche voi saprete, so che è andata effettivamente così. E un'altra cosa ancora: quando ascoltavamo certe canzoni, era come se le sentisse per la prima volta, parlo delle canzoni che tutti conoscono, Battisti, Baglioni, i Beatles... ecco, erano queste e mille altre cose che creavano quella strana ma non spiacevole sensazione di estraneità. Allo stesso tempo, era come se Mirko fosse fondamentale nella nostra comunità, quando non c'era tutti chiedevano di lui, parlavano di lui, non c'era mai nessuno che dicesse una sola parola negativa su di lui.
Sono convinto che se non ci fosse stato Mirko, quei cinque anni di liceo sarebbero stati meno spensierati.

Quello che è successo durante la gita scolastica a Parigi del quinto anno è stato così improvviso, così
veloce che per i mesi, gli anni successivi mi sono chiesto se fosse stata un'allucinazione dovuta all'alcool, alla mancanza di sonno, come quando si è molto stanchi e sembra di vedere delle persone, di sentire dei rumori che non ci sono. Gita scolastica autogestita, senza insegnanti, anzi con uno solo, quello di matematica che era come se non ci fosse, potete immaginarvi quanto abbiamo visitato monumenti e chiese, anche se al Louvre ci siamo andati, solo per vedere la Gioconda, non si sa mai quando sarà la prossima volta che ti capita.. io ero in stanza con Mirko ed eravamo tutti e due ubriachi, io parecchio, lui, che beveva poco e solo il sabato sera in compagnia era sbronzo forse più di me. Eravamo sdraiati sui nostri rispettivi letti, uno di fronte all'altro, al buio, la stanza illuminata dalla luna e dalle luci della città, ci parlavamo senza guardarci, confidenze, progetti, discorsi di adolescenti. Ad un certo punto, dopo un silenzio breve ma pesante come un tonfo, Mirko mi disse che che mi considerava la persona migliore della classe, di tutta la scuola, il suo migliore amico e per questo voleva confidarmi una cosa importante, sentiva il bisogno di dirlo a qualcuno, ma dovevo promettergli, assolutamente promettergli di non dire mai niente a nessuno. Ho mantenuto la promessa e anche queste riflessioni sono solo un diario che sto scrivendo per me. Quello che è successo ha cambiato completamente il mio modo di relazionarmi con gli altri, di guardare al mondo e alla vita, mi sono avvicinato alla lettura di testi strani, volendo mi sono più chiuso in se stesso, sono più diffidente, anche paranoico se vogliamo. Come ho già detto, per molto tempo ho cercato di ingannare me stesso dicendo che era stato un sogno, che mi ero già addormentato, ma so bene che è successo veramente. Avrei preferito il contrario.

Mirko mi disse, non proprio queste parole ma il senso era questo: "IO non sono un umano, io sono un
robot, vengo dalla civiltà che vi ha colonizzato nei tempi antichi, anche i miei genitori sono dei robot, come
me ci sono moltissimi altri dappertutto, in tutto il mondo, NOI veniamo inviati qui per studiarvi ed osservarvi
da vicino senza spaventarvi, NOI siamo programmati per relazionarci con voi, inserirci il più possibile nelle
vostre comunità, per imparare il più possibile sulla vostra cultura, le vostre abitudini, i vostri usi sociali, i
vostri svaghi. Tutto viene memorizzato e salvato in un chip che periodicamente viene inviato alla base
spaziale, per essere sostituito con un altro chip. Il mio periodo con VOI sta per finire, VOI a settembre vi
iscriverete all'università, andrete a lavorare, a fare il militare, invece IO a ottobre tornerò con i miei finti
genitori da dove vengo, non ritornero più qui. I miei ricordi verranno trasferiti al terminale principale, IO sarò
riprogrammato per un altra missione, in una parte del mondo lontanissima per non essere riconosciuto. Ho
voluto dirtelo perché IO mi sono trovato così bene con VOI che mi dispiace tantissimo non potere più stare
con VOI, non potervi più rivedere."

Sei a letto, dopo una serata di sbronze e di casino, un tuo compagno di scuola ti dice questo, la reazione
prevedibile spazia dal "ma va a..." a "cosa ti hanno messo nella birra", da "hai bisogno di una vacanza"
oppure "adesso dormiamo che è meglio". Solo che, detto proprio da lui, da Mirko. con quella sua voce
gentile, educata che a volte diventava metallica... bene, io ho pensato che fosse convinto di quanto diceva
ma che fosse l'effetto dell'alcool, dell'adrenalina su di una mente fantasiosa, sensibile. Mirko non disse
niente, accese l'abat­jour accanto al suo letto e si avvicinò a me. Si alzo la maglietta scoprendo la pancia.
Con un gesto abile e sicuro, si premette l'indice sulla pancia, aprendo uno sportello che celava una sorta di
circuito integrato, l'interno di un chip, non saprei descriverlo meglio, è stato molto veloce, improvviso, come
una ragazza che ti fa vedere la sua cosina per dimostrarti che è davvero una ragazza. La prima volta che ho visto una femmina nuda è stata mia cugina al mare, mi aveva dato una sensazione sgradevole, che non avesse niente in mezzo alle gambe, come se le avessero amputato qualcosa, lo stesso effetto spiacevole che ebbi allora. Subito dopo, Mirko si richiuse il pancino e mi guardò in silenzio. Lo sguardo di una persona completamente infelice, ma anche questo per un tempo brevissimo. Poi senza aggiungere altro, si abbassò la maglietta, tornò a letto e spense la luce. Non ci fu più una parola tra noi per tutta la notte, il giorno successivo ci relazionammo come sempre, almeno fingendolo. Dopo la maturità, che Mirko prese col massimo dei voti e la lode, vidi Mirko nei vari festeggiamenti successivi, Dopo le vacanze estive, nessuno lo vide più. Altri lo cercarono, io no, dissero che la famiglia si era trasferita, non si sapeva dove.

Quella notte a Parigi ricordo che presi sonno in fretta, ma solo perché ero mezzo ubriaco, sono sicuro di
avere sentito Mirko piangere, sempre nel suo stile, senza disturbare, senza fare rumore, sommessamente,
la testa affondata nel cuscino.





LA PILLOLA



Mi regalai una breve vacanza accettando l'invito da parte di un mio amico d'infanzia ad andarlo a trovare
qualche giorno nella sua splendida villa in Liguria, un vero porto di mare dove tanta gente di tutte le età
andava e veniva. Devo dire che, a parte la perfetta ospitalità ricevuta, la buona cucina, i salutari bagni e la
bellezza dei luoghi, le crisi depressive di cui soffrivo in città non mi lasciarono, così rientrai temprato e
rilassato nel fisico, ma non nel cuore. Al mio ritorno, la prima persona che andai a salutare fu proprio il mio
medico, che ormai, dopo tanto tempo che mi seguiva, era divenuto un amico ed un confidente, proprio
perché i miei problemi non erano dentro il mio corpo, sempre perfettamente sano nonostante la mia non più
giovane età, ma dentro la mia anima. Nonostante la confidenza ottenuta, continuavamo a parlarci dandoci
del lei.

"Vede, dottore, mentre stavo in Liguria seguivo attentamente telegiornali e giornali, con più attenzione di
quanto faccio in città, forse perché avevo tanto tempo da spendere. Ecco, tutta questa gente che muore
ogni giorno, non intendo quelli che muoiono di vecchiaia, perché mica si può vivere per sempre e poi sono
sicuro che passata una certa età, diciamo dopo i 95 o i cent'anni, uno si stufa anche di stare al mondo, no,
io parlo di tutta la gente che muore ogni giorno nelle guerre, ma anche negli incidenti stradali, nelle
esplosioni, la gente che annega nel mare, i bambini che annegano nelle piscine, ogni giorno muore tanta
gente nei modi più strani. Sopratutto, quando vedo quelli giovani o giovanissimi, ho una stretta al cuore,
perché  erano giovani che avevano amici, una ragazza, un lavoro che li appassionava, tanti interessi, tante
passioni, tanta voglia di vivere. Ecco, io invece, nonostante non posso certo dire di essere stato sfortunato
anzi, non ho mai avuto questa gioia, questa voglia di vivere, nemmeno quando ero giovanissimo, a volte ho
avuto l'impressione che la vita fosse finita, di avere la morte che mi soffiava sul collo, ed invece poi la vita è
proseguita, e chissà quanto andrà avanti ancora. Io, quando vedo questi giovani che muoiono vorrei.. vorrei
fare cambio, scambiare la mia vita con la loro, con questo non voglio dire che mi voglia suicidare, come lei
sa non ci ho mai lontanamente pensato, anche nelle mie depressioni più profonde, però, come lei pure sa,
se mi dicessero che ho una settimana da vivere, un mese, un giorno.. e che la mia vita sarà scambiata con
quella di uno di questi giovani.. beh, magari un giorno sarebbe poco.. mi basterebbe una settimana per
sistemare tutte le cose e poi mettermi a letto e aspettare.. non sarebbe male.. sistemi tutto, lasci lettere a
chi sai che ti vuole bene, poi chiami la donna che ti sistema bene la casa, ti metti a letto con un pigiamino
Se fossi stato un suo nuovo paziente, ad un discorso del genere il dottore mi avrebbe subito prescritto dei
psicofarmaci di quelli forti e fissato un appuntamento con uno psicologo, se non un bel
elettroencefalogramma, ma il dottore come dicevo era ormai un ottimo amico, mi conosceva bene e non si
stupì più di tanto. Egli sorrise, si alzò, aprì il suo armadio per estrarne una confezione.

"Un altro psicofarmaco? Ormai li ho provati quasi tutti... in Liguria mi sono portato gli ultimi che mi ha dato...
non mi toglievano la depressione però mi facevano fare certe dormite.... dovevano svegliarmi a
mezzogiorno per dirmi che il pranzo era pronto... però... "

C'era qualcosa che non andava. Sulla scatola non c'era scritto assolutamente niente. Il dottore continuava
a non parlare, mentre estraeva una pillola dalla confezione.

"Non gliene ho mai parlato" mi disse "Non ne ho mai parlato a nessuno. Questa è una novità. Non è in
commercio e non lo sarà mai. E' la pillola per morire. "

"Sì. Morire, come ha detto lei. Si può morire senza soffire. Basta fermare il cuore. Ha presente il cuore
come fa? Sistola­diastola­sistola­diastola. Pam­pum­pam­pum. Quando il cuore smette di battere, si muore.
"Ovviamente, non ho provato di persona" sorrise il dottore " ma posso immaginare cosa succede, si ha una
sensazione di freddo improvviso, ha presente quando è una giornata afosa come oggi e si entra in un
ufficio dove c'è l'aria condizionata al massimo? Ecco, un escursione termica di 15­20 gradi improvvisa, poi
sempre più freddo, una sonnolenza come in quello psicofarmaco di cui parlava prima, così ci si addormenta
freddolosi sotto le coperte. E non ci si sveglia più. Ho deciso di darle questa pillola, è la prima volta che la
dò a qualcuno. Ho ascoltato attentamente quanto mi ha detto e sono convinto che, invece, nel momento in
cui avesse davvero la possiblità di morire, lo eviterebbe. Così, sono tranquillo. So che non userà mai la
Me ne tornai a casa pensieroso, non dopo una lunga passeggiata dove visitai quasi ogni parco cittadino,
con un attenzione particolare, come se li visitassi per la prima volta. Ero comunque abbastanza di
Invece, come al solito, una volta cenato, una volta sbrigato la corrispondenza e le telefonate agli amici, una
volta guardato il telegiornale con il solito bollettino da fine del mondo, la cara vecchia depressione tornò a
trovarmi, quella sera più pesante del solito, come se avesse voluto punirmi per averle cercato di sfuggire
scappando inultimente sul mare. La pillola era sul tavolo, la tenevo poggiata sopra un piattino come una
reliquia, me la ero messa sul tavolo dove avevo cenato, e sopra il televisore durante il telegiornale, dove
rimasi turbato, per i motivi che ho spiegato sopra, alla notizia di un diciottenne extracomunitario che al
primo giorno di lavoro, pieno di entusiasmo e di orgoglio, era caduto dall'impalcatura alla quale era stato
E non si era alzato. Decisi di prendere la pillola. Mi preparai un bicchiere d'acqua, fresco, pulito, chiari
fresche dolci acque, acqua azzurra acqua chiara. Inghiottire la pillola fu un momento. Un sorso d'acqua. La
pillola non aveva alcun sapore. Non mi fece nessun effetto. Era uno scherzo del dottore, aveva voluto
mettermi alla prova e non ero stato capace di resistere. Ne avremmo parlato a lungo.  E va bene così. La
televisione continuava ad andare, e pensai che il momento più fiacco della televisione è quello che va dalle
otto e mezzo alle nove. I telegiornali sono finiti, e i programmi della sera non sono ancora cominciati, è una
mezz'oretta lasca, inutile, riempita da giochini insulsi, donnine svestite, promozioni pubblicitarie, mezz'ora di
Per fortuna, poi, trasmisero un film molto interessante. Ho il videoregistatore e il lettore dvd, però, chissà
perché, lo impiego solo quando non c'è davvero nulla di buono perché, non so spiegare perché, preferisco
vedere un film quando è trasmesso dalle televisioni e non sono l'unico a guardarlo.

Verso le dieci di sera cominciai ad avere freddo. Non collegai subito le due cose, ma quando poi ci riflettei ebbi paura, come non Il freddo aumentava, recuperai una coperta pesante che era stata già archiviata nell'armadio e non sarebbe più dovuta uscire fino ad ottobre inoltrato, pensavo a tante cose, guardavo il film americano che stavano trasmettendo con rinnovato interesse, forse sarebbero state le mie ultime immagini del mondo prima di morire, pensavo a tante cose, ricordi vicini e lontani, persone del passato che mi ero praticamente dimenticato, mi venivano in mente solo ricordi belli. Questi pensieri, uniti al freddo ed alla sonnolenza che mi stavano coprendo come un sepolcro, mi confondevano. La casa non era sottosopra, ma era comunque la casa di uno scapolo abituato a lavare i piatti il giorno dopo e ad avere qualcuno che gliela sistema, la casa di una persona che non aveva previsto di morire quella sera.. mi sdraiai vestito sul divano, avvolto nella copertona, battendo i denti e faticando a tenere gli occhi aperti... il mio progetto di morire in una casa perfettamente a posto, in un bel lettone e col pigiama pulito dopo avere sistemato tutte le mie cose e avere scritto lettere ai miei cari era andato a ramengo... l'ultima immagine del mondo prima di morire, vista in televisione, era di un campo di golf verdissimo... non avevo mai guardato un film con tanta attenzione...
l'ultimo pensiero prima di morire fu che il mio capitale, non stratosferico ma nemmeno disprezzabile, adesso
a chi andava? avrei voluto lasciarlo ai due nipoti di mio fratello, ancora dei bambini...

Quando mi svegliai il giorno dopo, il calore afoso della giornata fu per la prima volta una sensazione
piacevole, mi era rimasta addosso una sensazione di freddo, però ero madido di sudore in quella coperta
invernale. La televisione era rimasta accesa tutta la notte e adesso stava trasmettendo un telefilm di quelli
ospedalieri. Rimasi qualche tempo a guardare la televisione, come l'avrebbe guardata un viaggiatore del
tempo venuto dai secoli antichi, come se fosse stata una invenzione straordinaria. Intanto, mentre il freddo
passava e mi scioglievo di sudore, compresi che quanto mi aveva dato il mio dottore era solo un potente
psicofarmaco, più potente degli altri, aveva voluto mettermi alla prova, aveva voluto farmi capire
Finalmente, mi alzai da quel divano che ormai aveva preso la forma della mia schiena, e affrontai la
giornata. A parte che presi quella coperta pesante, la misi in un sacco e la buttai via, la giornata non fu
diversa da tutte le altre: televisione, telefonate,letture. Se il dottore aveva voluto darmi una nuova
prospettiva nel rapportarmi alla vita, non aveva ottenuto nulla: quell'esperienza non mi aveva per niente
cambiato, non aveva cambiato il mio modo di trascorrere il tempo, di annoiarmi o di divertirmi. Posso dire
solo di essere stato spronato a scrivere qualcosa che da tempo evitavo di scrivere: il mio testamento, nel
quale. oltre a pensare ai miei nipotini e alla beneficenza, lasciavo qualcosa anche alla mia tata, per
ringraziarla dell'attenzione con la quale accudiva alle mie cose.


DOPO LA QUARTA GUERRA

La terza guerra ci passò sopra, ci rotolò intorno senza che noi nemmeno ce ne accorgessimo, eravamo

come quei pesci che stanno in un acquario enorme e credono di stare dentro l'oceano. Forse nel nostro

immaginario eravamo rimasti ad un'idea di guerra risalente al passato, perché la considerassimo mondiale

avrebbe dovuto essere come la prima, sopratutto come la seconda: eserciti che invadono il territorio altrui,

mancanza di cibo, deportazioni, città rase al suolo dai bombardamenti. Stavamo pasciuti e gaudenti nelle

nostre belle case, senza nessuna privazione, senza che le nostre attività di lavoro e svago fossero

intralciate, così per noi non era in corso nessuna guerra. Intanto, dall'invasione del Kuwait in poi, la terza

guerra si era trascinata per molti anni, dall'Iraq all'Afghanistan, dalla Siria all'Iran, per poi concludersi senza

risolversi. La quarta guerra mondiale, invece, fu un bagliore, un sogno ad occhi aperti, fu tutto così veloce

che solo dopo qualche tempo noi sopravissuti cominciammo a realizzare quanto era successo, o meglio a

cercare di farlo. Le prime settimane ne parlavamo tra noi, scambiandoci supposizioni e congetture: non era

stato un conflitto tra gli americani e i russi, e nemmeno degli americani con i popoli mediorentali, si era

trattato di una tensione tra la Cina e l'India, o forse tra la Corea e il Pakistan, o tra il Giappone e e la Corea,

chissà. Durante le prime settimane della nostra nuova vita spesso discutevamo di questo, poi abbiamo

smesso di parlarne. Come abbiamo, dopo qualche tempo, smesso di raccontarci dove eravamo e cosa

abbiamo visto il giorno della Grande Esplosione, anche questo ci è venuto a noia, o meglio credo sia stato

un rimuovere qualcosa di poco gradevole, un non volerci pensare più e quindi nemmeno più parlarne.  Il

mio ricordo è di una grande luce all'orizzonte, ricordo anche un suono sotterrraneo, come il ronzio di un

gigantesco frigorifero. Intorno a questo suono il completo silenzio, un silenzio assurdo per un pomeriggio

d'estate. Dopo la luce un oblio, un lungo sonno senza sogni, poi il risveglio.

Sono sicuro che i miei nuovi amici, ovvero gli altri sopravissuti, hanno la stessa mia sensazione: di essere

ritornati giovani e di ricordare la vita prima della Grande Esplosione come un sogno, come un film, come

qualcosa che non appartiene. Mi accorgo, con qualche timore, che ogni giorno i miei ricordi, poco alla volta,

svaniscono. Credo che per molti aspetti sia stato solo un bene quanto è successo: ormai la tecnologia

aveva raggiunto quanto poteva raggiungere, la vita sociale era arrivata ad uno stadio di nevrosi

insopportabile, avevamo troppo, eravamo ogni giorno bombardati da troppi impulsi, segnali, informazioni,

eravamo sempre annoiati, affaticati, volevamo sempre di più. Invece è proprio quando sei privato di

qualcosa per lungo tempo che poi la sai apprezzare. I dischi per esempio. Non abbiamo più l'elettricità, così

anche se ne ho ritrovato qualcuno non c'è modo di ascoltarli: per la musica abbiamo ancora delle radio

funzionanti a batterie che usiamo con la massima parsimonia per non più di un'ora al giorno, per ascoltare i

nostri pochi cd. Vorremmo dedicare più tempo ad ascoltare musica, ed avremmo tutto il tempo per poterlo

fare, ma sappiamo che le batterie non dureranno per sempre, così la musica è diventata per noi un bene

prezioso, da centellinare, da gustare in ogni sua sfumatura, prima di perderlo per sempre.  Dicevo dei

dischi: li sto collezionando quando li trovo, potrebbe non avere molto senso in quanto non posso ascoltarli,

ma sono tanto belli i dischi! Sono diventati oggetti provenienti da un'altro mondo, reperti archeologici.

testimonianze indispensabili. Ne ho una decina, il più bello è un disco di Donna Summer, si chiama "State

of indipendence", mi piace molto come è confezionato: la copertina si divide come se fosse un doppio, sulla

busta che contiene il vinile ci sono tutti i testi e molte fotografie. Chissà, se qualcuno da qualche parte

riesce a rimettere in funzione gli impianti elettrici, potrei anche riuscire ad ascoltarlo, al momento nessuno di

quelli che sono con me lo sanno fare.

Devo dire che nessuno di chi vive in questa nostra piccola comunità sa fare nulla, o forse non vuole sapere

fare nulla. Conduciamo una vita molto rilassata, abbiamo ritrovato un contatto nuovo con la natura, gli

animali sono tornati, non ci evitano più come accadeva prima, non hanno più paura di noi e nemmeno noi di

loro, non parlo solo di cani e gatti, parlo anche dei volatili, dei lupi, degli orsi. Abbiamo smesso di cibarci di

loro, e loro, come per un mutuo accordo, non sembrano volersi cibare di noi. Ci nutriamo di verdure, di

pane, di pasta, di cibo che era stato prodotto ed era rimasto nei supermercati, abbiamo un'alimentazione

prevalentemente fredda, ma la sera ci scaldiamo qualcosa facendo bruciare la legna. Non abbiamo creato

una società di stampo comunista, nemmeno una società vegetariana o ecobiologica. In effetti, non abbiamo

nemmeno creato una società! Siamo delle persone che si sono ritrovate in una condizione di vita nuova e

inevitabilmente viviamo insieme. Non sappiamo se in altre parti del mondo diverse dal territorio

precedentemente denominato Italia si sono create comunità più numerose e più organizzate, non abbiamo

nessun mezzo di informazione e non abbiamo mezzi di trasporto per allontanarci. Una sera ne abbiamo

parlato, uno di noi aveva detto che l'indomani sarebbe partito, avrebbe provato a camminare per qualche

settimana, dirigendosi verso nord. Poiché ci troviamo non lontani dalla costa tirennica, siamo nell'antica

Toscana, il nostro esploratore avrebbe raggiunto la Liguria, la Francia, avrebbe incontrato altre persone,

raccolto informazioni... Il giorno dopo, il nostro amico rimase con noi ed anche i giorni successivi, ma non è

detto che un giorno non decida di incamminarsi. Il tempo ha preso un altro andamento adesso, c'è tutto il

tempo di fare ogni cosa, siamo tutti in vacanza, tutti disoccupati, pensionati, non abbiamo niente da fare

tutto il giorno, così ci dedichiamo alle cose che ci piaccono. A me sono sempre piaciuti i libri, ecco, una

delle poche cose che rimpiango del mondo precedente erano tutte quelle biblioteche, tutti quei libri

dovunque, a completa disposizione di tutti. Ora i libri sono diventati invece una rarità, come i dischi: ho

recuperato quello che potevo, li custodisco con cura, li ho catalogati e messi in ordine alfabetico, per farlo

ho impiegato una mezza giornata, sono solo una cinquantina! La considero la mia biblioteca, anzi la nostra,

quando qualcuno dei miei compagni ha voglia di leggere viene a trovarmi, se ne prende uno poi, quando ha

finito, me lo riporta. Non ci sono più i soldi, nella nostra piccola comunità, non c'è nemmeno uno scambio

commerciale di nessun tipo, allo stesso tempo, come ho già scritto, non è nemmeno una comunità

comunista, nella quale comunque ci sarebbero delle gerarchie e delle regole.

So perché il nostro amico poi non è partito per l'antica Europa a cercare altre comunità: è che stiamo tanto

bene così come stiamo adesso, non ci manca nulla, nella vita precedente avevamo tanti problemi e nevrosi,

adesso ci stiamo rilassando, noi, la natura e gli animali.

Non ho idea di quanto possa durare questa condizione, forse siamo già morti anche noi e non ce ne

rendiamo conto, forse da un momento all'altro mi sveglio e sono a Milano, nella stanza d'hotel dove

dormivo quando seguivo qualche affare. Forse un giorno ci stancheremo, e scatterà in noi quell'impulso a

cambiare, a crescere, a costruire che ha permesso l'evoluzione della civiltà. Se dovessi paragonare la

nostra condizione ad un periodo storico di quelli precedenti. lo definirei un alto medioevo, subito dopo le

invasioni barbariche, un periodo neutro di passaggio tra una fase di civiltà ed un'altra. Spesso penso ad un

documentario che ho visto una notte in televisione, parlava di certe incongruenze storiche, di batterie

ritrovate in tombe mesopotamiche, disegni di aeroplani sopra antichi vasi cinesi, una pistola ritrovata in una

caverna preistorica. Anche se era un programma televisvio di scarso livello, ero rimasto molto colpito da

quel documentario, infatti me lo ricordo parola per parola. E' possibile che le civiltà raggiungano un certo

livello oltre il quale c'è solo la follia e poi implodono, si autodistruggono per poi ricominciare dal niente,

come è succcesso a noi. Le civiltà però si lasciano sempre dietro dei souvenirs, dei rifiuti che diventano

reperti preziosissimi, come appunto i dischi e le motociclette che uno dei miei compagni, a sua volta, si

diverte a collezionare.

venerdì 27 settembre 2013

LE DIECI COSE CHE NON SOPPORTO NEI FILM - nuova versione

1) In ogni film ambientato a Parigi, si vede benissimo la Tour Eiffel da ogni finestra e terrazza. Ho abitato a Parigi, in Rue Masseran, vicinissimo alla Tour Eiffel, al quinto piano, e nessuno nel condominio la vedeva.

2) "spero che tu sappia quello che fai" "lo spero anch'io"


     Variazione dei film avventurosi: 
"lei sa pilotare questo aereo-treno-bus-trattore-elicottero-triciclo-pedalò?" 
"io no! e lei?"


3) Nei film americani: il protagonista lascia una riunione di lavoro importantissima o un congresso dove lui deve parlare per correre alla stazione/aeroporto/metropolitana ad inseguire la sua amata e dirle ti amo, mentre la gente intorno si ferma ad applaudire. Nella vita vera, lui perde il lavoro, la gente intorno gli dice vai a lavorare e lei gli dice vai a cagare.

4) Quando uno dei personaggi viaggia su treno/pullman sta sempre comodissimo, c'è sempre pochissima gente, sta sempre seduto composto anche in un viaggio di 10 ore, non cambia mai posizione, guarda fuori dal finestrino, non si gratta, non mangia, non dorme, non si stravacca.

5) Solo nei film italiani: gli attori disoccupati vivono soli in loft, attici enormi ordinatissimi e pulitissimi, vanno al ristorante quasi ogni sera o in locali strafighi, se mangiano a casa cucinano piatti elaborati serviti in piatti da ristorante, tavola apparecchiata come in un castello, mai un piatto di spaghetti mezzi freddi o una scatoletta di tonno davanti alla tv.

6) Sopratutto nei film italiani: il creativo in crisi (disegnatore, regista, artista) mentre sta nella sua bellissima casa, vedi 5), ad annoiarsi, è inseguito giorno e notte dal suo agente che gli offre soldi, contratti, feste, fighe, champagne e lui lo evita in tutti i modi. Nel mondo reale succede l'esatto contrario.

7) Nei film degli anni '60-primi '70, tutti hanno in casa solo un disco, il 45 giri con la colonna sonora del film stesso, quando dicono "ascoltiamo un poco di musica?" mettono sempre e solo quello, però la musica non esce dal giradischi ma direttamente dagli amplificatori del cinema.


 8) Si svegliano di colpo. sempre nei loro appartamenti fighissimi, in letti enormi tra grandi cuscini colorati, vedi 5)   in un attimo scendono dal letto, in cinque minuti si lavano, in totale quindici minuti dal risveglio sono vestiti elegantissimi ed escono. Non accendono mai la luce, perché la casa è illuminata da luce naturale esterna come in Barry Lindon, questo anche a Torino a novembre con l'ora legale. 

9) Nei film horror americani: quando due ragazzi conoscono due belle ragazze e fanno una scampagnata, si allontanano il più possibile dalla strada principale, evitando gente, negozi, centri abitati, cercano la strada più desolata, appena incontrano un tipo che si muove con aria losca, magari con una motosega in mano o un pezzo di cadavere in tasca, subito cercano in ogni modo di attaccare bottone con lui, insistono fino a farsi invitare a casa per la notte, quando poi sono da soli nella casa del tipo strano cercano di litigarci e di irritarlo in ogni modo. 

10) Nei film americani escono di casa o dall'hotel, fanno un cenno e subito un taxi enorme fighissimo si ferma con una frenata che gli distrugge mezzo pneumatico.

Nei film italiani, fanno due passi e si ferma proprio davanti  il tram o bus che serve, salgono senza timbrare il biglietto, il bus è sempre semivuoto e si siedono comodissimi, vedi 4)


                                                      (ANDREA DAZ)

mercoledì 9 gennaio 2013

IL MONDO DEI POETI - seconda e ultima puntata


Dopo avere finito di esporre il mio geniale piano, decidemmo di non perdere ulteriore tempo e tornare in centro città. Mi resi conto che uno dei miei compagni cominciava a sua volta a dimostrare gli effetti poetici, anche se nel suo caso, almeno si rendeva conto di dire poesie e prima di ogni verso annunciava "permettetemi un momento poetico", era come una malattia, ma in una fase benigna e controllabile, per quello decidemmo di tenerlo comunque con noi. Uscendo appunto dalla fabbrica abbandonata e semibuia, inciampiai in qualcosa lamentandomi dal dolore e questo subito mi disse:

                 Permettetemi un momento poetico: o tu che soffri in codesto loco oscuro/la prossima volta accendi la luce che stai più sicuro!"


Il piano era tanto semplice quanto sagace: vestiti tutti da Babbi Natale, di modo che se qualcuno ci avesse rivolto la parola avremmo potuto cantare canzoncine natalizie e non farci riconoscere, saremmo arrivati alla casa di AG, ci saremmo arrampicati sui muri come i finti Babbi,  per poi infilarci nel camino, sequestrarlo e obbligarlo a disattivare l'arma chimica. 

 Ritornati in centro, ci fermammo davanti a una villetta bagnata dal sole afoso del mezzogiorno. Spiegai ai miei compagni che non poteva essere la casa di AG perché:
 1) che chiavica di racconto di avventure è se subito trovo quello che sto cercando? 
 2) A Milano in gennaio non c'è il caldo sole afoso e questo racconto di avventure è una chiavica 
 3) non c'era il camino.

Così cercammo altre case, mentre il malumore degli altri serpeggiava, inoltre più ci avvicinavamo ad AG più l'influenza maligna del raggio poetico colpiva i miei compagni, mentre curiosamente io rimanevo del tutto indifferente, con me il raggio non funzionava per nulla, ero proprio refrattario di natura alle poesie!  Per dare un'idea di quanto la situazione stava volgendo male, basta dire che quando uno cadde per terra, non riuscendo bene a muoversi vestito da Babbo Natale, disse :
             
                                            "ma mannaggia a colui/che in cielo tiene il mio destino/e mi conduce come una pedina/movendo il sole e le altre stelle!"

Insomma, mi resi conto che ero la sola speranza per il mondo di tornare "normale" si fa per dire. Così, quando credetti di riconoscere la casa di AG, mi gettai contro la porta per aprirla con la forza, come vedevo fare nei film americani, però, sentendo il rumore, l'anziana proprietaria aprì la porta e si ritrovò una decina di finti Babbi Natale scaraventati nel salotto.
"Mi scusi signora" dissi trafelato "Cercavo AG!"
"Giovanotto! A parte che il Natale ormai è passato, lo sa che esistono i telefoni per chiamare il suo amico?"

In ogni caso, la vecchietta era davvero gentilissima e poco dopo eravamo tutti a sorseggiare il tè con biscotti nel salotto, la serenità della signora ci rilassava e confortava.
"Ma sapete, io ormai sono anziana, e poi ho superato una guerra mondiale, quarant'anni con mio marito e dieci anni di spesa alla LIDL, cosa volete che possa farmi un'arma chimica? Certo che con me non funziona! Però non mi dispiace questo nuovo mondo poetico, in fondo è meglio di prima, sono diventati tutti molto gentili e romantici, e anche quando ti mandano a quel paese lo fanno in versi."
"Signora, ma non possiamo accettare tutto questo! Che futuro avranno i nostri figli in questo mondo poetico? E lei si immagina i politici in televisione a parlare in rima? E come faremo ad andare in Comune a ritirare un documento? Tremo solo a pensarci!  Dobbiamo trovare AG e convincerlo, con le buone o le cattive, a disattivare l'arma chimica!"
"Oh, ma perchè non me l'ha detto prima? Non abita più qui, si è trasferito nel parco."
"Nel parco???" chiedemmo tutti in coro. 

Tolte le divise da Babbo Natale, che ormai erano inutili, ci avvicinammo di soppiatto al parco, che AG, ormai divenuto il Principe del nuovo mondo poetico, aveva trasformato in una sorta di liceo, nel senso greco antico, un gruppo di amici e amiche vestiti di tuniche, tra i quali riconobbi Marina, che coltivavano fiori, camminavano, e intanto si scambiavano le loro composizioni poetiche, usando i Tag, che erano come dei ciondoli, delle calamite di energia poetica, ovvero chi era di turno a dire la sua poesia lanciava il Tag sugli altri, che si trovavano costretti a commentare, per poi a loro volta declamare le loro poesie e Taggare gli altri. Tra un Tag e l'altro, notai che mangiucchiavano e sbevazzavano., insomma si divertivano, loro, alla faccia nostra.

Così vicini alla fonte energetica poetica, il nostro gruppetto, già scombinato dalla partenza, si era ormai frantumato, c'era chi aveva deciso di convertirsi alla poesia e chiedeva dove si poteva comprare una tunica XL, chi cercava di resistere ma era ormai preda del virus poetico. Mi resi conto definitivamente che con me il raggio era del tutto inoffensiva. 
"AG!" gridai, e tutto il convito di poeti si voltò verso di noi. "AG, Spegni l'arma chimica per il bene del mondo! TI prometto che leggerò sempre le tue poesie su Facebook, anzi la penultima l'avevo letta e mi era piaciuta, e poi il libro di Baudelaire l'ho pure prestato a una mia amica. Arrenditi! "
"Permettetemi un pensiero poetico per l'occasione" si aggiunse il mio compagno di disavventure che stava cedendo al raggio poetico:
 "Caro AG, sei sempre stato un bravo ragazzo, però adesso ci hai rotto il c..."

Per fortuna, AG non lo fece finire e, prendendomi a braccetto, mi spiegò parlando normalmente e non in maniera poetica come temevo:
"Mio caro, adesso sai cosa si prova a sentire tutti che parlano in modo diverso da te, essere relegati in un ghetto dove solo gli altri Poeti ti possono capire e apprezzare... ma voglio dare un'ultima possibilità ai Non Poeti come te. Voglio sentire una poesia tua, anche breve. Se saprai improvvisare una poesia, mi arrenderò."
"Io? Una poesia? Mai scritta una in vita mia, nemmeno da adolescente.... "
"Bene, allora benvenuto nel mio convito poetico, vuoi una tunica? Che sei, XXL mi sembra...?"
"Va bene, comporrò una poesia!"

Decisi di sacrificarmi per il futuro del mondo, e, con tutti in cerchio a guardarmi, come in un quadro di Botticelli, cercai ispirazione in una lontana delusione amorosa.

"Mia amata,
 il tuo collo era un fiore delicato
la tua pelle sapeva di bucato
mia amata
quanto mi è dispiaciuto
non averti mai tromb..."

"Basta così!! con un gesto plateale, AG, sinceramente stizzito, mi interruppe "Non posso tollerare oltre questa offesa all'arte poetica! Se voi Non Poeti dovrete comporre in questo modo, allora 
preferisco che noi Poeti rimaniamo chiusi nel nostro mondo, va bene!" e sempre con questi gesti che, insieme alla tunica e all'ambiente, facevano molto teatro greco antico, prese il suo cellulare e compose dei numeri. Mi guardai intorno e notai che i miei compagni erano tornati a parlare normalmente.

"Non mi fido ancora" dissi, con il tono di chi ormai ha in mano la situazione "Voglio controllare!"
Così andammo su Facebook:
un gatto, auguri di buon anno, due gatti, una frase fatta sul senso della vita, un gatto, una poesia, una poesia, un gatto, una frase fatta sul credere in se stessi, un gatto, auguri di buon anno, una poesia, una poesia, due gatti, una poesia., due gatti, due poesie, una frase fatta, un gatto, una poesia..  però Facebook era sempre così, fu solo accendendo la televisione che ebbi la conferma che tutto era tornato alla normalità, si fa sempre per dire, mai fui così contento di vedere i programmi... della sera perché con tutte quelle avventure ormai si era fatta già una certa.

"Amici poeti e non poeti" dissi "In questo momento così importante per l'umanità, vorrei solo dire... scusa AG, siccome da stamattina ho preso solo un cappuccino, non è che avresti qualcosa da mangiare, ho una fame!"
E fu così che quella incredibile giornata sfociò in una allegra serata a tarallucci e vino, 

"chi ha avuto avuto avuto 
chi ha dato ha dato ha dato 
scurdiammoci il passato
 siamo a Napoli paisà"

                                                                                                                       
                                                                          FINE??

                                                                 (speriamo di sì...)





postfazione: nella vasta produzione creativa di AD, questo strano raccontino va inquadrato in un periodo difficile passato dall'autore, tra feste natalizie, abbondanti cene e libagioni, dormite infinite, troppi cartoni animati visti insieme ai suoi nipotini, infatti la pubblicazione online risale ai primi giorni del 2013. AD scrisse molti saggi, recensioni, racconti, sceneggiature, ma in tutta la vita non scrisse mai nemmeno un verso poetico. 

martedì 8 gennaio 2013

IL MONDO DEI POETI (raccontino stupidino di inizio anno) - prima puntata



Quando mi svegliai, sembrava un giorno uguale agli altri, gli uccellini cantavano, i trapani trapanavano, la portinaia sulle scale brontolava, come sempre iniziai la giornata mettendo il bollitori sul fuoco e accendendo la radio, sintonizzata sul mio canale preferito. Essendo questa una radio senza dj e chiacchere, solo musica, era intervallata solo da spot pubblicitari, così almeno per una buona mezz'ora non mi accorsi di quello che era successo durante la notte.  Fu dal primo spot che mi accorsi di qualcosa di insolito, per reclamizzare un noto formaggio lo slogan era:

Non aspettare maggio
per gustare il nostro formaggio!

Non ci feci caso più di tanto, pensai che era un nuovo slogan come tanti, ma poi subito ne passò un altra:

Quanto è assai cosa saporita
da noi gustare la pizza margherita!

Dovette arrivare il momento del radiogiornale per cominciare a preoccuparmi. 
Le notizie erano lette in questo modo:

Ecco le dichiarazione di inizio anno dei nostri politici: 

                                            Italiani, non citerei Piancarale
                                           per dire che la situazione può migliorare
                                          E nemmeno Monterotondo
                                          per dirvi che abbiamo toccato il fondo
                                          Preferisco citare Fanigliulo
                                          perché ormai ve lo piglierete nel...

Chiusi la radio stizzito, ma cosa era successo? Mentre ancora sorseggiavo il mio Nescafé, col pc ancora spento, perché io vado in ordine, prima la radio, poi il caffè e poi il pc, accesi la televisione. Non volevo crederci, doveva essere un caso, non avrei mai pensato che AG l'avesse fatto veramente. La televisione fu una triste conferma: il presentatore a chi telefonava rispondeva così:

Orsu non ci faccia aspettare
ci dica da dove ha deciso di chiamare
e con una domanda da poco
vincerà il nostro gioco


Avevo capito tutto. AG aveva realizzato quello che minacciava da tempo: la terribile arma chimica in suo possesso, che gli era stata regalata per la prima comunione, era stata azionata: un dispositivo che faceva diventare tutti poeti, così che chi parlava e scriveva in maniera discorsiva era tagliato fuori dalla società. Come sempre in questi casi, si spera sempre per il meglio, così, dopo essermi vestito in fretta, uscii per strada. Fuori sembrava un giorno come gli altri, non sapendo chi interpellare fermai il primo passante chiedendo :

"Scusi sa le ore?" 
"Le ore del dolore/le ore del mio cuore/che soffre per amore/ma da quando ci sei tu/tutto questo non c'è più/trallallero cucucu! (mi scusi sa, mi mancava la rima!)"

Le mie speranze svanirono del tutto quando, fingendomi non del luogo, chiesi a un vigile come si raggiungesse il centro per sentirmi rispondere:
"Ogni uomo ha il suo centro
e ogni centro ha il suo uomo"

Era la fine. Un mondo dove tutti avrebbero parlato in versi, la vendetta di chi scrive le poesie e magari non viene letto, era un complotto da tempo organizzato su Facebook, di cui ero venuto a conoscenza, ma in cui non avevo voluto credere. Come avrei potuto, io non affatto astioso verso le poesie, ma con qualche difficoltà a penetrarle, a capirle, anche nel caso di grandi autori, prediligendo la narrativa sopratutto fluviale alla Balzac e Tolstoj, a sopravvivere in questo nuovo mondo? Come avrei potuto lavorare, viaggiare, chattare, perfino... prendere un caffè al bar? Seguendo i miei pensieri, entrai appunto nel primo bar a disposizione, dove mi conoscevano come cliente, sorridendo e cercando di sembrare tranquillo chiesi un bel cappuccino. 

"Come la luna sul lago/e non la cruna dell'ago/sarà questo cappuccino/per apprestarsi al vostro mattino" fu la risposta. 
Non dissi niente per non farmi riconoscere, ma dopo avere con mani tremanti bevuto il mio cappuccino, andai a pagare e la risposta fu;
                                           "sarò onesto/le darò il resto". 

Uscendo dal bar, mi resi conto che qualcuno mi stava seguendo, fui preoccupato: almeno i Poeti che ormai dominavano il mondo sarebbero stati comprensivi con i Non Poeti sopravvissuti? O mi avrebbero perseguitato ed esiliato? Invece la persona che mi seguiva e si avvicinò a me sarebbe stato un propizio incontro.
"Parola d'ordine" mi disse piantandosi davanti a me.
"Non lo so"
"Quanto costa un chilo di pane?"
"Boh, io prendo la baguette"
"Amico! Sei dei nostri! Vieni, subito!"

E mi caricò sopra un taxi, quando stavo per aprire bocca, mi fece un segno eloquente di non parlare per non farsi riconoscere dal taxista che pure rimase silenzioso tutto il tempo, forse a sua volta era dei nostri e temeva che fossimo dei Poeti. La mia impressione fu confermata dal frettoloso dialogo alla nostra discesa:quant'è? tenga, buongiorno, buongiorno a voi, e così via. 

Ci trovavamo ora dalle parti di Ortica, periferia nord milanese, e mi ritrovai in una fabbrica abbandonato, un perfetto luogo per carbonari quali appunto eravamo. Il mio misterioso compagno mi presentò ai suoi amici. 
"Ne ho trovato un'altro. L'ho riconosciuto dal suo imbarazzo al bar, e l'ho portato da noi" 
Gli altri, che non erano pochi, mi accolsero con calore, come se fossimo vecchi amici. Sorprendente come si fraternizza subito  quando si condivide una situazione di pericolo. 

Dopo le presentazioni, spiegai a tutti che ero portatore di una informazione fondamentale per la PIPPO, ovvero la neonata organizzazione  Protezione Italiana contro il Predonimio Poetico Organizato. AG covava segretamente questo progetto ormai da tempo, e su Facebook trapelavano scambi di informazioni, messaggi in codice che avevo sottovalutato, ormai le speranze erano poche. Chissà quanti c'erano sparsi per Milano, poverini! E poi nel mondo? E le altre città sarebbero già cadute? Forse perfino in Francia dove sono tutti sempre così gentili, ti avrebbero risposto:

"mais ou allez monsieur? 
s'il vous plait entrez dans le trou du..." 

Mi zittirono. Ero stato chiarissimo. La situazione era chiara: i Poeti non avevano intenzioni ostili contro i Non Poeti, semplicemente dovevamo adattarci e cominciare a poetare anche noi, cosa impensabile, oppure ribellarci. 
Oppure...

"Oppure" dissi, accendendomi una sigaretta e sentendomi come Jean Gabin in qualche vecchio film in bianco e nero "Dobbiamo andare a casa di AJ e disattivare l'arma chimica" 
"Come?" mi chiesero in coro, con gli occhi puntati su di me, ero ormai diventato il leader della PIPPO, cosa che mi rese orgoglioso.
"Ho un piano" dissi. 

                                                                                                    1- continua...
                           




sabato 18 agosto 2012

VIAGGIO ASTRALE A PAPEROPOLI - terza e ultima puntata


Mi era esplosa nello stomaco una fame esagerata, assurda per la situazione, la fame di chi non tocca cibo da tre giorni e non riesce a pensare ad altro, il cervello che ti ripete "devi mangiare, devi mangiare".
Cercavo di mantenere un contegno, riflettendo che era passata poco più di un'ora da quando Archimede mi aveva prelevato da casa, e stavo facendo colazione tranquillamente, la sera prima avevo cenato, senza abbuffarmi ma saziandomi. Era certamente un effetto secondario di questo passaggio così improvviso che avevo fatto, il senso del tempo era diverso nel mondo dei fumetti, ma in quel momento non riflettevo neanche, ero accecato dalla fame, non però tanto da non poter notare una splendida pasticceria proprio accanto a me, con in vetrina quelle spettacolari, enormi torte che si vedono nelle storie paperopolesi. Il pensiero corse a Nonna Papera e al suo aiutante Ciccio, al quale andava tutta la mia comprensione. Intanto, Archimede si era allontanato da me per parlare con Pippo e Topolino, ovvero un enorme cane che stava sulle zampe posteriori, in piedi anche se molto curvo in avanti, vestito come un operaio o un lattaio degli anni '30, e una pantegana molto elegante, dai modi un poco altezzosi. Parlavano strettamente, e spesso Archimede mi indicava. Pippo mi guardava stralunato come se fossi qualcosa di mai visto prima, sarai bello tu, pensai.
Paperino era vicino a me e gli spiegai senza mezze parole il suo problema. Avevo troppa fame per fare lunghe argomentazioni, come avrei fatto in una situazione meno urgente.
"Capisco, ma io non ho soldi con me. Non ho mai soldi. Vivo nella casa di mio zio Paperone, tutto pagato da lui, e in cambio devo essere sempre a sua disposizione..."
"Lo so, lo sappiamo tutti..."
"... e i miei piccoli (non mi sembra di averlo mai sentito usare questo termine per definire Qui, Quo e Qua nei fumetti) vanno alla scuola statale, tutta pagata anche questa. Io non ho mai contanti con me, neanche un centesimo."
In quel mentre, uscì dalla pasticceria uno di quei signori, tipo comparse, che si vedono nelle storie paperopolesi, un cane molto distinto, con un sacchetto pieno di paste e dolci assortiti. Capii cosa dovevo fare.
Entrai, anche se barcollavo dalla fame cercai di essere il più possibile composto, ordinai fette di torte, pasticcini, tutto quello che potevo, non c'era nulla di salato da comperare, ma per placare la fame poteva andare, era pur sempre latte, zucchero, uova, cose energetiche. La commessa, una mucca un poco avanti negli anni, mi riempì il sacchetto e me lo consegnò, subito lo divorai. Mi disse la cifra da pagare, e continuando tranquillamente ad abbuffarmi, risposi "Non ho soldi" con la tranquillità con cui avrei detto "qui prendete la Diners?". L'ultima cosa che sentii fu il suo strillo di rabbia, e poi mi ritrovai a casa mia.

Il Nescafè era sul tavolo, toccandolo mi accorsi che era tiepido, mi ero assentato meno di una decina di minuti, e quella fame esagerata che avevo nell'altro mondo era svanita. Però il sacchetto di dolci era rimasto, lo esaminai con attenzione, erano dolci finti, come i giocattoli delle bambine, il finto supermercato, il dolceforno, la spesa delle Barbie... dolci tanto belli quanto finti.

Nei giorni successivi rimasi nel mondo reale, riflettendo su quanto era successo, cercando di affrontare il problema in maniera razionale, cercai di contattare M.T. (il mio amico che mi aveva insegnato i viaggi astrali) in ogni modo, telefonate, facebook, skype, email... era proprio sparito, però, chissà, forse si era preso una vacanza e aveva staccato tutto.
Lessi e rilessi i Topolini che avevo in casa e andai alle bancarelle a comprarne altri, vedevo Paperopoli in maniera diversa, come dopo la prima volta che ero stato a Napoli e poi l'avevo riconosciuta, almeno le zone centrali, in alcuni film.

Poi capitò il caso, o il colpo di fortuna, che tale non era. Tra un Topolino e l'altro, ripresi in mano uno dei miei Tex preferiti, una delle storie più belle, sia come trama che come disegni, e ci entrai dentro. Ormai i viaggi astrali per me erano come salire sulla metropolitana. Entrai in una vignetta dove Tex e il suo cavallo procedevano, sotto una pioggia fittissima, con la solita indifferenza. Quando ci fui dentro, compresi il perché: non arrivava una goccia d'acqua, quella che sembrava pioggia nelle vignette erano delle sottilissime strisce, delle luci stroboscopiche come nelle discoteche. Tex e il suo cavallo mi passarono accanto, guardandomi con la noncuranza riservata ad un cactus o ad un sasso, e si allontanarono, diretti verso il nulla. Ormai, nel mondo dei fumetti, non mi stupivo più di nulla. A proposito, ci avete mai pensato? Nel film 2001 odissea nello spazio, uno dei film più belli del mondo, alla fine c'è uno del '700 che sta mangiando nel suo castello, gli appare un astronauta nella stanza e questo gli dà un'occhiata annoiata e poi riprende a magnare. Ma voglio dire, tu sei nel '700, appare un astronauta in sala da pranzo, e tu niente? Tsk!

Ma torniamo a noi.
Stavo in questo posto in mezzo al nulla, quando sentii una voce conosciuta.
"Sei arrivato finalmente! Quanto ci hai messo!"
Era M.T., il mio amico.
"Ho mandato dei messaggi al tuo inconscio per farti venire qui. Certo che ce n'è voluta! Hai visto che bello qui?"
Mi guardai intorno. A parte la finta pioggia, era un paesaggio lunare, c'erano roccie, cactus, qualche serpente. Il cielo a strisce bianche-grigie dei fumetti di Tex.  Nient'altro. Eravamo solo noi due.
Vabbé che ognuno ha i suoi gusti, ma pensai a una foto pubblicata da un mio contatto californiano su Facebook: un gruppo di modelle in bikini, che scherzavano in  piscina, mentre bevevano birra direttamente dalle bottigliette. Potendo scegliere, avrei preferito stare da quelle parti.
"Allora ho fatto bene ad andare via da Paperopoli, sarebbe stato inutile rimanerci, e poi non mi piaceva poi tanto viverci, meglio leggerla nei fumetti. Il mondo è più bello nella sua rappresentazione, l'arte imita la vita ma è più divertente (Aristotele o Schopenauer o forse Keith Richards o Toto Cutugno, boh!)"
"Non preoccuparti, solo Archimede si ricorderà di te, per gli altri sei stato solo un sogno, e come i sogni in poche ore sarai dimenticato, ho scoperto le Porte!"
E mi indicò una roccia.
E' andato, ce lo siamo perso, pensai. Invece, guardando bene, mi accorsi con stupore, che sulla roccia c'erano alcune porte, non come in un'abitazione privata, le porte di una stanza d'albergo, e c'era la chiave nella serratura.
"Le Porte di cui si parla in molti testi di meditazione, di saggezza orientale, di sciamanesimo, le ho trovate. Quando entri nella Porta, vai dove vorresti essere. Poi, quando ti stufi te ne vai. Tu dove vorresti essere in questo momento? E sopratutto con chi? Qual'è il tuo sogno? Apri la Porta e ci sarai dentro."
"Ma allora non tornerai più?"
"Ma no! Come dici tu, è solo una vacanza, presto tornerò nel nostro mondo. L'hai visto anche tu, quando si rientra da noi sono passati pochi minuti. Ora torno nella mia stanza, vuoi provarne una anche tu?"
Pensai a dove avrei voluto essere, con chi, qual'era la mia idea di paradiso. Sapevo troppo bene cosa volevo, qualcosa che nella realtà sarebbe stato molto difficile, anche se non impossibile, ottenere.

Ci salutammo, io e Matteo, prima di entrare nelle rispettive Porte, con un sorriso e una strizzata d'occhio.
"Buona vita, Andrea."
"Buona vita, Matteo."

                                                                   FINE!


(questo racconto è dedicato alla persona che mi ha fatto conoscere il mondo dei viaggi astrali nel quale, per qualche tempo, mi sono avventurato, ma quando ho capito che era qualcosa di pericoloso, ho preferito lasciare perdere, questo racconto mi è anche servito come lezione, più di cento corsi di scrittura creativa, per capire che, prima di scrivere un testo anche breve, bisogna  crearsi uno schema e sapere dove si va a finire, non si può andare ad improvvisazione come nella musica. A.D., agosto 2012)