sabato 5 aprile 2014

IL MIO AMICO STRANO

Questo e altri testi, online e non online, fanno parte della raccolta di racconti e testi vari "Il mio amico strano e altri testi" di Andrea Daz, in uscita a breve.

Alcune cose che sono recentemente successe intorno a me mi hanno fatto ricordare un episodio della mia
adolescenza al quale non pensavo più da  molto tempo, sicuramente devo averlo rimosso, sono quelle cose che non si riescono in nessun modo a razionalizzare, che si preferiscono cancellare perché disturbano le certezze che fanno da fondamenta al nostro equilibrio.

Mirko non ho più avuto modo di vederlo finita la scuola, a volte chiedevo di lui ad altri compagni di scuola, anche quando a dieci anni dalla fine del liceo abbiamo fatto la rimpatriata in pizzeria, peraltro tristissima, ho chiesto molte volte di lui ma nesuno sapeva niente. Tutti ricordavano Mirko con grande simpatia, ma c'era sempre quella cosa con lui, ecco, era come se... come se ci fossimo noi e lui, lui era sempre staccato dagli altri, sempre a parte. Quella frase così  fastidiosa da sentirsi dire "noi andiamo qui, vieni anche tu?" "noi facciamo questo, tu cosa fai?" "noi stiamo facendo questo e tu cosa fai?" Alla luce di quella cosa che lui stesso mi ha rivelato, questo a Mirko non poteva dare in alcun mdo fastidio, anzi per lui era normale sentirsi interpellare in questa maniera, era il suo modo di relazionarsi con gli altri che portava a questo: Mirko era il più simpatico della classe, credo della scuola, era benvoluto da tutti, studenti e professori, nessuno aveva mai problemi con lui, anzi era come se la sua presenza ci pacificasse, ci rasserenasse. Eppure, allo stesso tempo, c'era qualcosa che non andava in lui, era diverso, piacevolmente diverso, era qualcosa che si percepiva, Mirko non diceva mai "noi", diceva "io" e "voi", non faceva mai parte del gruppo, era un esterno che vi partecipava. Ho dei ricordi molto belli degli anni di scuola, i pomeriggi al cinema, le serate a passeggiare tutti insieme lungo il fiume, e ricordo quanto Mirko era simpatico, com'era piacevole per tutti la sua presenza, ricordo quanto impegno metteva nello studio con ottimi risultati, invece quanto faceva fatica in educazione fisica, negli sport... ricordo quando giocava con noi a calcio... adesso che ci penso, il calcio l'aveva imparato con noi, voglio dire non lo sapeva già, non sapeva neanche come si giocava, non sapeva le regole, non sapeva niente, quando gli ho chiesto a che squadra teneva mi disse che me l'avrebbe detto il giorno dopo, cosa che puntuale fece la mattina a scuola appena mi vide: era un fanatico della Juve, informatissimo su tutte le sue formazioni presenti e passate, collezionista di gadget del tema. Tutto bene, però questa grande passione aveva qualcosa di falso: era come se, dovendo stare con gente appassionata di calcio, si fosse adattato, si fosse  sentito obbligato a scegliere una squadra "del cuore" e poi si fosse documentato il più possibile per farsi trovare preparato.

Ecco, alla luce di quanto tra poco anche voi saprete, so che è andata effettivamente così. E un'altra cosa ancora: quando ascoltavamo certe canzoni, era come se le sentisse per la prima volta, parlo delle canzoni che tutti conoscono, Battisti, Baglioni, i Beatles... ecco, erano queste e mille altre cose che creavano quella strana ma non spiacevole sensazione di estraneità. Allo stesso tempo, era come se Mirko fosse fondamentale nella nostra comunità, quando non c'era tutti chiedevano di lui, parlavano di lui, non c'era mai nessuno che dicesse una sola parola negativa su di lui.
Sono convinto che se non ci fosse stato Mirko, quei cinque anni di liceo sarebbero stati meno spensierati.

Quello che è successo durante la gita scolastica a Parigi del quinto anno è stato così improvviso, così
veloce che per i mesi, gli anni successivi mi sono chiesto se fosse stata un'allucinazione dovuta all'alcool, alla mancanza di sonno, come quando si è molto stanchi e sembra di vedere delle persone, di sentire dei rumori che non ci sono. Gita scolastica autogestita, senza insegnanti, anzi con uno solo, quello di matematica che era come se non ci fosse, potete immaginarvi quanto abbiamo visitato monumenti e chiese, anche se al Louvre ci siamo andati, solo per vedere la Gioconda, non si sa mai quando sarà la prossima volta che ti capita.. io ero in stanza con Mirko ed eravamo tutti e due ubriachi, io parecchio, lui, che beveva poco e solo il sabato sera in compagnia era sbronzo forse più di me. Eravamo sdraiati sui nostri rispettivi letti, uno di fronte all'altro, al buio, la stanza illuminata dalla luna e dalle luci della città, ci parlavamo senza guardarci, confidenze, progetti, discorsi di adolescenti. Ad un certo punto, dopo un silenzio breve ma pesante come un tonfo, Mirko mi disse che che mi considerava la persona migliore della classe, di tutta la scuola, il suo migliore amico e per questo voleva confidarmi una cosa importante, sentiva il bisogno di dirlo a qualcuno, ma dovevo promettergli, assolutamente promettergli di non dire mai niente a nessuno. Ho mantenuto la promessa e anche queste riflessioni sono solo un diario che sto scrivendo per me. Quello che è successo ha cambiato completamente il mio modo di relazionarmi con gli altri, di guardare al mondo e alla vita, mi sono avvicinato alla lettura di testi strani, volendo mi sono più chiuso in se stesso, sono più diffidente, anche paranoico se vogliamo. Come ho già detto, per molto tempo ho cercato di ingannare me stesso dicendo che era stato un sogno, che mi ero già addormentato, ma so bene che è successo veramente. Avrei preferito il contrario.

Mirko mi disse, non proprio queste parole ma il senso era questo: "IO non sono un umano, io sono un
robot, vengo dalla civiltà che vi ha colonizzato nei tempi antichi, anche i miei genitori sono dei robot, come
me ci sono moltissimi altri dappertutto, in tutto il mondo, NOI veniamo inviati qui per studiarvi ed osservarvi
da vicino senza spaventarvi, NOI siamo programmati per relazionarci con voi, inserirci il più possibile nelle
vostre comunità, per imparare il più possibile sulla vostra cultura, le vostre abitudini, i vostri usi sociali, i
vostri svaghi. Tutto viene memorizzato e salvato in un chip che periodicamente viene inviato alla base
spaziale, per essere sostituito con un altro chip. Il mio periodo con VOI sta per finire, VOI a settembre vi
iscriverete all'università, andrete a lavorare, a fare il militare, invece IO a ottobre tornerò con i miei finti
genitori da dove vengo, non ritornero più qui. I miei ricordi verranno trasferiti al terminale principale, IO sarò
riprogrammato per un altra missione, in una parte del mondo lontanissima per non essere riconosciuto. Ho
voluto dirtelo perché IO mi sono trovato così bene con VOI che mi dispiace tantissimo non potere più stare
con VOI, non potervi più rivedere."

Sei a letto, dopo una serata di sbronze e di casino, un tuo compagno di scuola ti dice questo, la reazione
prevedibile spazia dal "ma va a..." a "cosa ti hanno messo nella birra", da "hai bisogno di una vacanza"
oppure "adesso dormiamo che è meglio". Solo che, detto proprio da lui, da Mirko. con quella sua voce
gentile, educata che a volte diventava metallica... bene, io ho pensato che fosse convinto di quanto diceva
ma che fosse l'effetto dell'alcool, dell'adrenalina su di una mente fantasiosa, sensibile. Mirko non disse
niente, accese l'abat­jour accanto al suo letto e si avvicinò a me. Si alzo la maglietta scoprendo la pancia.
Con un gesto abile e sicuro, si premette l'indice sulla pancia, aprendo uno sportello che celava una sorta di
circuito integrato, l'interno di un chip, non saprei descriverlo meglio, è stato molto veloce, improvviso, come
una ragazza che ti fa vedere la sua cosina per dimostrarti che è davvero una ragazza. La prima volta che ho visto una femmina nuda è stata mia cugina al mare, mi aveva dato una sensazione sgradevole, che non avesse niente in mezzo alle gambe, come se le avessero amputato qualcosa, lo stesso effetto spiacevole che ebbi allora. Subito dopo, Mirko si richiuse il pancino e mi guardò in silenzio. Lo sguardo di una persona completamente infelice, ma anche questo per un tempo brevissimo. Poi senza aggiungere altro, si abbassò la maglietta, tornò a letto e spense la luce. Non ci fu più una parola tra noi per tutta la notte, il giorno successivo ci relazionammo come sempre, almeno fingendolo. Dopo la maturità, che Mirko prese col massimo dei voti e la lode, vidi Mirko nei vari festeggiamenti successivi, Dopo le vacanze estive, nessuno lo vide più. Altri lo cercarono, io no, dissero che la famiglia si era trasferita, non si sapeva dove.

Quella notte a Parigi ricordo che presi sonno in fretta, ma solo perché ero mezzo ubriaco, sono sicuro di
avere sentito Mirko piangere, sempre nel suo stile, senza disturbare, senza fare rumore, sommessamente,
la testa affondata nel cuscino.





LA PILLOLA



Mi regalai una breve vacanza accettando l'invito da parte di un mio amico d'infanzia ad andarlo a trovare
qualche giorno nella sua splendida villa in Liguria, un vero porto di mare dove tanta gente di tutte le età
andava e veniva. Devo dire che, a parte la perfetta ospitalità ricevuta, la buona cucina, i salutari bagni e la
bellezza dei luoghi, le crisi depressive di cui soffrivo in città non mi lasciarono, così rientrai temprato e
rilassato nel fisico, ma non nel cuore. Al mio ritorno, la prima persona che andai a salutare fu proprio il mio
medico, che ormai, dopo tanto tempo che mi seguiva, era divenuto un amico ed un confidente, proprio
perché i miei problemi non erano dentro il mio corpo, sempre perfettamente sano nonostante la mia non più
giovane età, ma dentro la mia anima. Nonostante la confidenza ottenuta, continuavamo a parlarci dandoci
del lei.

"Vede, dottore, mentre stavo in Liguria seguivo attentamente telegiornali e giornali, con più attenzione di
quanto faccio in città, forse perché avevo tanto tempo da spendere. Ecco, tutta questa gente che muore
ogni giorno, non intendo quelli che muoiono di vecchiaia, perché mica si può vivere per sempre e poi sono
sicuro che passata una certa età, diciamo dopo i 95 o i cent'anni, uno si stufa anche di stare al mondo, no,
io parlo di tutta la gente che muore ogni giorno nelle guerre, ma anche negli incidenti stradali, nelle
esplosioni, la gente che annega nel mare, i bambini che annegano nelle piscine, ogni giorno muore tanta
gente nei modi più strani. Sopratutto, quando vedo quelli giovani o giovanissimi, ho una stretta al cuore,
perché  erano giovani che avevano amici, una ragazza, un lavoro che li appassionava, tanti interessi, tante
passioni, tanta voglia di vivere. Ecco, io invece, nonostante non posso certo dire di essere stato sfortunato
anzi, non ho mai avuto questa gioia, questa voglia di vivere, nemmeno quando ero giovanissimo, a volte ho
avuto l'impressione che la vita fosse finita, di avere la morte che mi soffiava sul collo, ed invece poi la vita è
proseguita, e chissà quanto andrà avanti ancora. Io, quando vedo questi giovani che muoiono vorrei.. vorrei
fare cambio, scambiare la mia vita con la loro, con questo non voglio dire che mi voglia suicidare, come lei
sa non ci ho mai lontanamente pensato, anche nelle mie depressioni più profonde, però, come lei pure sa,
se mi dicessero che ho una settimana da vivere, un mese, un giorno.. e che la mia vita sarà scambiata con
quella di uno di questi giovani.. beh, magari un giorno sarebbe poco.. mi basterebbe una settimana per
sistemare tutte le cose e poi mettermi a letto e aspettare.. non sarebbe male.. sistemi tutto, lasci lettere a
chi sai che ti vuole bene, poi chiami la donna che ti sistema bene la casa, ti metti a letto con un pigiamino
Se fossi stato un suo nuovo paziente, ad un discorso del genere il dottore mi avrebbe subito prescritto dei
psicofarmaci di quelli forti e fissato un appuntamento con uno psicologo, se non un bel
elettroencefalogramma, ma il dottore come dicevo era ormai un ottimo amico, mi conosceva bene e non si
stupì più di tanto. Egli sorrise, si alzò, aprì il suo armadio per estrarne una confezione.

"Un altro psicofarmaco? Ormai li ho provati quasi tutti... in Liguria mi sono portato gli ultimi che mi ha dato...
non mi toglievano la depressione però mi facevano fare certe dormite.... dovevano svegliarmi a
mezzogiorno per dirmi che il pranzo era pronto... però... "

C'era qualcosa che non andava. Sulla scatola non c'era scritto assolutamente niente. Il dottore continuava
a non parlare, mentre estraeva una pillola dalla confezione.

"Non gliene ho mai parlato" mi disse "Non ne ho mai parlato a nessuno. Questa è una novità. Non è in
commercio e non lo sarà mai. E' la pillola per morire. "

"Sì. Morire, come ha detto lei. Si può morire senza soffire. Basta fermare il cuore. Ha presente il cuore
come fa? Sistola­diastola­sistola­diastola. Pam­pum­pam­pum. Quando il cuore smette di battere, si muore.
"Ovviamente, non ho provato di persona" sorrise il dottore " ma posso immaginare cosa succede, si ha una
sensazione di freddo improvviso, ha presente quando è una giornata afosa come oggi e si entra in un
ufficio dove c'è l'aria condizionata al massimo? Ecco, un escursione termica di 15­20 gradi improvvisa, poi
sempre più freddo, una sonnolenza come in quello psicofarmaco di cui parlava prima, così ci si addormenta
freddolosi sotto le coperte. E non ci si sveglia più. Ho deciso di darle questa pillola, è la prima volta che la
dò a qualcuno. Ho ascoltato attentamente quanto mi ha detto e sono convinto che, invece, nel momento in
cui avesse davvero la possiblità di morire, lo eviterebbe. Così, sono tranquillo. So che non userà mai la
Me ne tornai a casa pensieroso, non dopo una lunga passeggiata dove visitai quasi ogni parco cittadino,
con un attenzione particolare, come se li visitassi per la prima volta. Ero comunque abbastanza di
Invece, come al solito, una volta cenato, una volta sbrigato la corrispondenza e le telefonate agli amici, una
volta guardato il telegiornale con il solito bollettino da fine del mondo, la cara vecchia depressione tornò a
trovarmi, quella sera più pesante del solito, come se avesse voluto punirmi per averle cercato di sfuggire
scappando inultimente sul mare. La pillola era sul tavolo, la tenevo poggiata sopra un piattino come una
reliquia, me la ero messa sul tavolo dove avevo cenato, e sopra il televisore durante il telegiornale, dove
rimasi turbato, per i motivi che ho spiegato sopra, alla notizia di un diciottenne extracomunitario che al
primo giorno di lavoro, pieno di entusiasmo e di orgoglio, era caduto dall'impalcatura alla quale era stato
E non si era alzato. Decisi di prendere la pillola. Mi preparai un bicchiere d'acqua, fresco, pulito, chiari
fresche dolci acque, acqua azzurra acqua chiara. Inghiottire la pillola fu un momento. Un sorso d'acqua. La
pillola non aveva alcun sapore. Non mi fece nessun effetto. Era uno scherzo del dottore, aveva voluto
mettermi alla prova e non ero stato capace di resistere. Ne avremmo parlato a lungo.  E va bene così. La
televisione continuava ad andare, e pensai che il momento più fiacco della televisione è quello che va dalle
otto e mezzo alle nove. I telegiornali sono finiti, e i programmi della sera non sono ancora cominciati, è una
mezz'oretta lasca, inutile, riempita da giochini insulsi, donnine svestite, promozioni pubblicitarie, mezz'ora di
Per fortuna, poi, trasmisero un film molto interessante. Ho il videoregistatore e il lettore dvd, però, chissà
perché, lo impiego solo quando non c'è davvero nulla di buono perché, non so spiegare perché, preferisco
vedere un film quando è trasmesso dalle televisioni e non sono l'unico a guardarlo.

Verso le dieci di sera cominciai ad avere freddo. Non collegai subito le due cose, ma quando poi ci riflettei ebbi paura, come non Il freddo aumentava, recuperai una coperta pesante che era stata già archiviata nell'armadio e non sarebbe più dovuta uscire fino ad ottobre inoltrato, pensavo a tante cose, guardavo il film americano che stavano trasmettendo con rinnovato interesse, forse sarebbero state le mie ultime immagini del mondo prima di morire, pensavo a tante cose, ricordi vicini e lontani, persone del passato che mi ero praticamente dimenticato, mi venivano in mente solo ricordi belli. Questi pensieri, uniti al freddo ed alla sonnolenza che mi stavano coprendo come un sepolcro, mi confondevano. La casa non era sottosopra, ma era comunque la casa di uno scapolo abituato a lavare i piatti il giorno dopo e ad avere qualcuno che gliela sistema, la casa di una persona che non aveva previsto di morire quella sera.. mi sdraiai vestito sul divano, avvolto nella copertona, battendo i denti e faticando a tenere gli occhi aperti... il mio progetto di morire in una casa perfettamente a posto, in un bel lettone e col pigiama pulito dopo avere sistemato tutte le mie cose e avere scritto lettere ai miei cari era andato a ramengo... l'ultima immagine del mondo prima di morire, vista in televisione, era di un campo di golf verdissimo... non avevo mai guardato un film con tanta attenzione...
l'ultimo pensiero prima di morire fu che il mio capitale, non stratosferico ma nemmeno disprezzabile, adesso
a chi andava? avrei voluto lasciarlo ai due nipoti di mio fratello, ancora dei bambini...

Quando mi svegliai il giorno dopo, il calore afoso della giornata fu per la prima volta una sensazione
piacevole, mi era rimasta addosso una sensazione di freddo, però ero madido di sudore in quella coperta
invernale. La televisione era rimasta accesa tutta la notte e adesso stava trasmettendo un telefilm di quelli
ospedalieri. Rimasi qualche tempo a guardare la televisione, come l'avrebbe guardata un viaggiatore del
tempo venuto dai secoli antichi, come se fosse stata una invenzione straordinaria. Intanto, mentre il freddo
passava e mi scioglievo di sudore, compresi che quanto mi aveva dato il mio dottore era solo un potente
psicofarmaco, più potente degli altri, aveva voluto mettermi alla prova, aveva voluto farmi capire
Finalmente, mi alzai da quel divano che ormai aveva preso la forma della mia schiena, e affrontai la
giornata. A parte che presi quella coperta pesante, la misi in un sacco e la buttai via, la giornata non fu
diversa da tutte le altre: televisione, telefonate,letture. Se il dottore aveva voluto darmi una nuova
prospettiva nel rapportarmi alla vita, non aveva ottenuto nulla: quell'esperienza non mi aveva per niente
cambiato, non aveva cambiato il mio modo di trascorrere il tempo, di annoiarmi o di divertirmi. Posso dire
solo di essere stato spronato a scrivere qualcosa che da tempo evitavo di scrivere: il mio testamento, nel
quale. oltre a pensare ai miei nipotini e alla beneficenza, lasciavo qualcosa anche alla mia tata, per
ringraziarla dell'attenzione con la quale accudiva alle mie cose.


DOPO LA QUARTA GUERRA

La terza guerra ci passò sopra, ci rotolò intorno senza che noi nemmeno ce ne accorgessimo, eravamo

come quei pesci che stanno in un acquario enorme e credono di stare dentro l'oceano. Forse nel nostro

immaginario eravamo rimasti ad un'idea di guerra risalente al passato, perché la considerassimo mondiale

avrebbe dovuto essere come la prima, sopratutto come la seconda: eserciti che invadono il territorio altrui,

mancanza di cibo, deportazioni, città rase al suolo dai bombardamenti. Stavamo pasciuti e gaudenti nelle

nostre belle case, senza nessuna privazione, senza che le nostre attività di lavoro e svago fossero

intralciate, così per noi non era in corso nessuna guerra. Intanto, dall'invasione del Kuwait in poi, la terza

guerra si era trascinata per molti anni, dall'Iraq all'Afghanistan, dalla Siria all'Iran, per poi concludersi senza

risolversi. La quarta guerra mondiale, invece, fu un bagliore, un sogno ad occhi aperti, fu tutto così veloce

che solo dopo qualche tempo noi sopravissuti cominciammo a realizzare quanto era successo, o meglio a

cercare di farlo. Le prime settimane ne parlavamo tra noi, scambiandoci supposizioni e congetture: non era

stato un conflitto tra gli americani e i russi, e nemmeno degli americani con i popoli mediorentali, si era

trattato di una tensione tra la Cina e l'India, o forse tra la Corea e il Pakistan, o tra il Giappone e e la Corea,

chissà. Durante le prime settimane della nostra nuova vita spesso discutevamo di questo, poi abbiamo

smesso di parlarne. Come abbiamo, dopo qualche tempo, smesso di raccontarci dove eravamo e cosa

abbiamo visto il giorno della Grande Esplosione, anche questo ci è venuto a noia, o meglio credo sia stato

un rimuovere qualcosa di poco gradevole, un non volerci pensare più e quindi nemmeno più parlarne.  Il

mio ricordo è di una grande luce all'orizzonte, ricordo anche un suono sotterrraneo, come il ronzio di un

gigantesco frigorifero. Intorno a questo suono il completo silenzio, un silenzio assurdo per un pomeriggio

d'estate. Dopo la luce un oblio, un lungo sonno senza sogni, poi il risveglio.

Sono sicuro che i miei nuovi amici, ovvero gli altri sopravissuti, hanno la stessa mia sensazione: di essere

ritornati giovani e di ricordare la vita prima della Grande Esplosione come un sogno, come un film, come

qualcosa che non appartiene. Mi accorgo, con qualche timore, che ogni giorno i miei ricordi, poco alla volta,

svaniscono. Credo che per molti aspetti sia stato solo un bene quanto è successo: ormai la tecnologia

aveva raggiunto quanto poteva raggiungere, la vita sociale era arrivata ad uno stadio di nevrosi

insopportabile, avevamo troppo, eravamo ogni giorno bombardati da troppi impulsi, segnali, informazioni,

eravamo sempre annoiati, affaticati, volevamo sempre di più. Invece è proprio quando sei privato di

qualcosa per lungo tempo che poi la sai apprezzare. I dischi per esempio. Non abbiamo più l'elettricità, così

anche se ne ho ritrovato qualcuno non c'è modo di ascoltarli: per la musica abbiamo ancora delle radio

funzionanti a batterie che usiamo con la massima parsimonia per non più di un'ora al giorno, per ascoltare i

nostri pochi cd. Vorremmo dedicare più tempo ad ascoltare musica, ed avremmo tutto il tempo per poterlo

fare, ma sappiamo che le batterie non dureranno per sempre, così la musica è diventata per noi un bene

prezioso, da centellinare, da gustare in ogni sua sfumatura, prima di perderlo per sempre.  Dicevo dei

dischi: li sto collezionando quando li trovo, potrebbe non avere molto senso in quanto non posso ascoltarli,

ma sono tanto belli i dischi! Sono diventati oggetti provenienti da un'altro mondo, reperti archeologici.

testimonianze indispensabili. Ne ho una decina, il più bello è un disco di Donna Summer, si chiama "State

of indipendence", mi piace molto come è confezionato: la copertina si divide come se fosse un doppio, sulla

busta che contiene il vinile ci sono tutti i testi e molte fotografie. Chissà, se qualcuno da qualche parte

riesce a rimettere in funzione gli impianti elettrici, potrei anche riuscire ad ascoltarlo, al momento nessuno di

quelli che sono con me lo sanno fare.

Devo dire che nessuno di chi vive in questa nostra piccola comunità sa fare nulla, o forse non vuole sapere

fare nulla. Conduciamo una vita molto rilassata, abbiamo ritrovato un contatto nuovo con la natura, gli

animali sono tornati, non ci evitano più come accadeva prima, non hanno più paura di noi e nemmeno noi di

loro, non parlo solo di cani e gatti, parlo anche dei volatili, dei lupi, degli orsi. Abbiamo smesso di cibarci di

loro, e loro, come per un mutuo accordo, non sembrano volersi cibare di noi. Ci nutriamo di verdure, di

pane, di pasta, di cibo che era stato prodotto ed era rimasto nei supermercati, abbiamo un'alimentazione

prevalentemente fredda, ma la sera ci scaldiamo qualcosa facendo bruciare la legna. Non abbiamo creato

una società di stampo comunista, nemmeno una società vegetariana o ecobiologica. In effetti, non abbiamo

nemmeno creato una società! Siamo delle persone che si sono ritrovate in una condizione di vita nuova e

inevitabilmente viviamo insieme. Non sappiamo se in altre parti del mondo diverse dal territorio

precedentemente denominato Italia si sono create comunità più numerose e più organizzate, non abbiamo

nessun mezzo di informazione e non abbiamo mezzi di trasporto per allontanarci. Una sera ne abbiamo

parlato, uno di noi aveva detto che l'indomani sarebbe partito, avrebbe provato a camminare per qualche

settimana, dirigendosi verso nord. Poiché ci troviamo non lontani dalla costa tirennica, siamo nell'antica

Toscana, il nostro esploratore avrebbe raggiunto la Liguria, la Francia, avrebbe incontrato altre persone,

raccolto informazioni... Il giorno dopo, il nostro amico rimase con noi ed anche i giorni successivi, ma non è

detto che un giorno non decida di incamminarsi. Il tempo ha preso un altro andamento adesso, c'è tutto il

tempo di fare ogni cosa, siamo tutti in vacanza, tutti disoccupati, pensionati, non abbiamo niente da fare

tutto il giorno, così ci dedichiamo alle cose che ci piaccono. A me sono sempre piaciuti i libri, ecco, una

delle poche cose che rimpiango del mondo precedente erano tutte quelle biblioteche, tutti quei libri

dovunque, a completa disposizione di tutti. Ora i libri sono diventati invece una rarità, come i dischi: ho

recuperato quello che potevo, li custodisco con cura, li ho catalogati e messi in ordine alfabetico, per farlo

ho impiegato una mezza giornata, sono solo una cinquantina! La considero la mia biblioteca, anzi la nostra,

quando qualcuno dei miei compagni ha voglia di leggere viene a trovarmi, se ne prende uno poi, quando ha

finito, me lo riporta. Non ci sono più i soldi, nella nostra piccola comunità, non c'è nemmeno uno scambio

commerciale di nessun tipo, allo stesso tempo, come ho già scritto, non è nemmeno una comunità

comunista, nella quale comunque ci sarebbero delle gerarchie e delle regole.

So perché il nostro amico poi non è partito per l'antica Europa a cercare altre comunità: è che stiamo tanto

bene così come stiamo adesso, non ci manca nulla, nella vita precedente avevamo tanti problemi e nevrosi,

adesso ci stiamo rilassando, noi, la natura e gli animali.

Non ho idea di quanto possa durare questa condizione, forse siamo già morti anche noi e non ce ne

rendiamo conto, forse da un momento all'altro mi sveglio e sono a Milano, nella stanza d'hotel dove

dormivo quando seguivo qualche affare. Forse un giorno ci stancheremo, e scatterà in noi quell'impulso a

cambiare, a crescere, a costruire che ha permesso l'evoluzione della civiltà. Se dovessi paragonare la

nostra condizione ad un periodo storico di quelli precedenti. lo definirei un alto medioevo, subito dopo le

invasioni barbariche, un periodo neutro di passaggio tra una fase di civiltà ed un'altra. Spesso penso ad un

documentario che ho visto una notte in televisione, parlava di certe incongruenze storiche, di batterie

ritrovate in tombe mesopotamiche, disegni di aeroplani sopra antichi vasi cinesi, una pistola ritrovata in una

caverna preistorica. Anche se era un programma televisvio di scarso livello, ero rimasto molto colpito da

quel documentario, infatti me lo ricordo parola per parola. E' possibile che le civiltà raggiungano un certo

livello oltre il quale c'è solo la follia e poi implodono, si autodistruggono per poi ricominciare dal niente,

come è succcesso a noi. Le civiltà però si lasciano sempre dietro dei souvenirs, dei rifiuti che diventano

reperti preziosissimi, come appunto i dischi e le motociclette che uno dei miei compagni, a sua volta, si

diverte a collezionare.

DIALOGHETTO

A  Mi chiedo perplesso se il raccogliere tutte queste informazioni intorno ad uno specifico argomento,

ordinarle in qualche maniera secondo una tematica che vogliamo sviluppare, sia veramente una

dimostrazione di eloquenza e cultura, che agli occhi di un ingenuo lettore potrebbe sembrare sterminata ed

ammirevole, oppure sia un inganno come le ricerche che presentavamo a scuola, straripanti di informazioni

raccolte da libri ed enciclopedie, informazioni che però noi non comprendevamo veramente.

B   Invece, quando tu cerchi attraverso i tuoi libri seguendo un filo conduttore, avviene che stai insegnando

a te stesso, tutte queste informazioni diventano doppiamente preziose se sono ordinate secondo una

tematicam arricchiscono te insieme al tuo lettore, che a sua volta, stimolato nella sua curiosità, sarà a sua

volta portato ad approfondirle secondo tematiche sue. Importante è che il filo conduttore che tu dici sia ben

teso, come lo scheletro di un edificio, per poterci continuamente sovrapporre, costruire, elevare.

IL CUGINO DEL NORD

"Rrosalìa salì a cumprari 'u latti comu onni matiina, ma quannu giunze au negoziu intese che

"Rosalia, ma lo sapete chi è passatu? Vostro cucinu del Nord!"

"E che bel signoru, che persona eliganti! Ha pagato tutti gli arretrati..."

" ... diciamo che ne avevate qualcuno, donna Rosalia!"

"e poi ha comprato un sacco di cose, a caponata, u cotechini, u marsala, a cassata.."

Rosalia guardava con perplessa serenità i suoi tre bambini, due maschi e una femmina, abbuffarsi di tante

di leccornie, sopratutto dopo quelle ultime settimane di pasta al pomodoro... e basta. Da quando si era

sposata con quel giovane di belle speranze, la vita era un’altalena: a periodi se la passavano anche bene,

altre volte meno. Quelle erano settimane di meno, anche se fortunatamente il cibo non mancava mai, certo

non tutte quelle cose sfiziose... con la coda dell'occhio sorprese la sua più piccola ad ammirare suo cugino,

per poi levare subito lo sguardo per non farsi scoprire, del resto era davvero un bell'uomo, lineamenti puliti

e quasi femminei, ma con un qualcosa di militaresuo, di solenne che gli apparteneva anche senza divisa.

Nel rivederlo si imbracava di gioia e si  tracimava di ricordi, di quando erano bambini, di quando lei andava

a Torino con la sua mamma, quei bei viali, quei portici, le pasticcerie con tutti quei dolci, gelati, il caffè con

“Posso chiedervi una cosa? Voi durante la guerra, che cosa facevate?”

Fu proprio suo marito a distruggere quel bel momento quasi natalizio, a frantumare quell’idillio come una

“Capitano di fanteria” fu la risposta fredda.

Era qualcosa che già sapevano entrambi, il cugino che in quella situazione pareva Babbu Natali, sceso a

saldare i debiti, a portare leccornie, a risolvere tutti i problemi, era stato un fascista, aveva servito

nell’esercito come tale. La guerra era finita da poco, con tutte le sue miserie e i suoi orrori, il cugino del nord

appariva loro come una cartolina vivente di qualcosa che era accaduto fuori dal loro paesino,

“Sono sceso per salutare mia cugina, mi sono rimaste pochissime persone ormai, prima della guerra

frequentavo tanta gente, poi chissà che fine hanno fatto, morti, sfollati, fuggiti, rinchiusi in qualche campo…

non so”  Fu lui stesso a spezzare quella cupezza che si era fatta incombente aprendo un’altra bottiglia del

Il cugino dormì faticosamente, per il caldo di scirocco a cui non era abituato, ma soprattutto per il continuo

abbaiare di un cane che sembrava non volere smettere mai, non andava a dormire, a riposarsi, non c’era

nessuno che lo faceva smettere, lui continuava ad abbaiare, continuando ad abbaiargli anche nel sonno.

Quando venne il momento di partire, Rosalia era molto dispiaciuta, suo cugino era stato un ospite talmente

gradevole e gentile che perfino suo marito comunista e partigiano alla fine non aveva trovato rimostranze,

sapeva anche che non si sarebbero più visti, con lui se ne andava per sempre ogni ricordo della sua

infanzia, forse non del tutto felice ma spensierata nei ricordi. Al mattino presto, aveva lasciato a lei una

busta con una grossa somma in contanti, con un tono che non permetteva repliche.

Arrivato alla piccola stazione ferroviaria, al cugino del nord sembrò di ritrovare quel cane che lo aveva

tormentato tutta notte, gli sembrava che lo stesse guardando.

Si sentiva male, febbricitante e umido, stanco del viaggio e della vita, pensò di comprare qualcosa al bar

della stazione che però era troppo affollato di gente in code disordinate. Decise di riposarsi un momento

sopra una bella panchina, dove non sembrava neanche di essere in una stazione, sembrava di essere in un

parco, c’era una palma, c’era del fresco, c’erano delle piantine di qualcosa forse era basilico, ma non

poteva essere il basilico non cresce in Sicilia o forse sì, non vedo l’ora di andarmene da questo posto,

almeno ho fatto una cosa buona, ho impiegato una parte di quei soldi sporchi di sangue per aiutare una

famiglia onesta in difficoltà, adesso se riesco ad arrivare a Torino…

Il cugino del nord morì così sulla panchina, ci volle qualche tempo perché la gente se ne accorgesse,

sembrava riposare, farsi una pennica, sereno, con un sorriso sul suo bel volto severo e corrucciato.